lunedì 1 aprile 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Riflessioni sulla storia e sulla politica del Fascismo
Non raggiunge le cento pagine il libro “Aspetti storici e politici del Fascismo” (editore Solfanelli), ma contiene riflessioni, richiami, puntualizzazione e “provocazioni” che ne fanno un saggio non solo da leggere, ma da consigliarne la lettura nelle scuole, nei circoli culturali, almeno in quelli frequentati da persone che vogliono sapere, che chiedono un aiuto per giungere a capire, a distinguere ciò che è vero da quel che deriva da chiusure mentali, da negativi pregiudizi, da faziosità esercitata come professione.
L’autore è Luigi Gagliardi, medico e umanista secondo una tradizione che in Italia si è arricchita nei secoli. Abile nell’usare il bisturi come nel praticare testi latini, la cui lettura gli concede momenti di delizia intellettuale.
In questo suo lavoro, frutto – vale ripeterlo – di un intenso ripensamento durato anni, l’autore spazza via il ciarpame che è stato detto e scritto sul Fascismo, una realtà spirituale prima che politica meritevole di essere riproposta nella sua giusta luce. Anche con le ombre inevitabili nelle iniziative umane.
Su questa realtà si sono misurati molti studiosi che, pur non essendo vicini al Fascismo, hanno onestamente ammesso che su questo tema la fazione ha prevalso sulla ragione.
Gagliardi non ha voluto lasciar fuori dalla sua analisi alcun elemento che possa favorire una ricostruzione storica in linea con la preoccupazione scientifica di non uscire dall’ambito di una testimonianza veritiera.
Dobbiamo dare atto all’autore dell’attenzione tesa ad offrire con chiarezza i punti centrali di un movimento e di un regime che hanno registrato l’adesione di milioni di italiani. Nessuna questione è trascurata: dal problema sociale alla forma dello Stato la cui vita deve essere assicurata da tutti i suoi membri adeguatamente educati a svolgere tale compito.
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Aspetti storici e politici del Fascismo
giovedì 27 ottobre 2011
Cattivi libri, cattivi maestri? (di Valeria Palumbo)
Come ricordava giustamente Cristina Comencini al festival Letteratura, che si è appena tenuto a Verbania, e che da qualche anno è un riferimento per chi si batte per l’ambiente, la montagna, il giornalismo d’inchiesta, è difficile che in Italia escano stroncature di libri perché i recensori preferiscono scrivere dei libri che sono loro piaciuti (si dà per scontato che li abbiano anche letti). Io sono perennemente in ritardo con le mie recensioni perché appunto leggo tutto. E quindi adesso sto sia per rompere questa tradizione, sia per fare una cosa scorretta: sconsigliarvi un libro che non ho letto. In realtà sto semplicemente mettendovi in guardia contro la presentazione di un libro, La falange spagnola, di Paolo Rizza, così come mi è arrivata in un comunicato stampa. Testuale: «Collocandosi autonomamente tra le tendenze rivoluzionarie che nel Ventesimo secolo sfidarono il capitalismo e il comunismo, la Falange spagnola di José Antonio Primo de Rivera ha saputo esemplificare in termini etico-politici una vigorosa reazione alla sovversione anti-tradizionale. Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito». Per quanto i testi di esaltazione del nazismo e del fascismo o dello stalinismo (e perfino del maoismo) non siano così rari, una santificazione del falangismo spagnolo, alla base di una feroce e ottusa dittatura durata 40 anni, non mi era mai capitata fra le mani. Sembra una presentazione (anche nei toni) degli anni Trenta. Devo dire che molto correttamente l’editore ha risposto alle mie proteste. Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni. E quindi io sono ancora sconcertata. Anche perché credo che le parole siano pericolose.
O preziose. Per questo spero che saranno preziose quelle che si ascolteranno, invece, dagli oltre cento autori (scrittori, intellettuali, artisti, politici, prelati e magistrati) attesi nel centro storico di Polignano a Mare, in Puglia, dal 6 al 9 luglio, per il festival Il libro possibile, arrivato al decimo anno. L’anteprima è stata il 24 giugno con la grande scrittrice nicaraguense Gioconda Belli e il suo Nel paese delle donne (Feltrinelli). Nelle quattro serate del Festival, una serie di tavole rotonde dedicate all’attualità (mafia e anniversario dell’Unità d’Italia), alla giustizia, all’economia, all’ambiente (green economy, ecomafie, allarme clima, centrali nucleari e risorse idriche), alla letteratura e allo spettacolo. Il 9 ci saranno i cinque finalisti dello Strega, dopo la nomina del vincitore (l’8 luglio). Tra gli ospiti cito solo Gianrico Carofiglio, Curzio Maltese, Federico Rampini, Nicola Gratteri, Serena Dandini, Walter Veltroni, Pietro Grasso, Innocenzo Cipolletta, Umberto Ambrosoli, Mario Tozzi, Pierluigi Vigna, Francesca Comencini, Ennio Fantastichini, Armando Spataro. Altri ospiti con la letteratura, o la buona letteratura, o con i temi “alti” c’entrano poco, anche se scrivono libri. Ma i festival cercano spesso di accontentare un pubblico vasto. E questo in Italia significa sempre far scelte “televisive”. Se però servisse per avvicinare nuovo pubblico ai libri, ben vengano. L’Italia, forse, sta cambiando. Adesso, più che mai, ha bisogno di farlo con l’aiuto della cultura.
Valeria Palumbo
http://www.meddle.tv/joomla-pages-iii/category-list/8-editoriali/91-cattivi-libri-cattivi-maestri
O preziose. Per questo spero che saranno preziose quelle che si ascolteranno, invece, dagli oltre cento autori (scrittori, intellettuali, artisti, politici, prelati e magistrati) attesi nel centro storico di Polignano a Mare, in Puglia, dal 6 al 9 luglio, per il festival Il libro possibile, arrivato al decimo anno. L’anteprima è stata il 24 giugno con la grande scrittrice nicaraguense Gioconda Belli e il suo Nel paese delle donne (Feltrinelli). Nelle quattro serate del Festival, una serie di tavole rotonde dedicate all’attualità (mafia e anniversario dell’Unità d’Italia), alla giustizia, all’economia, all’ambiente (green economy, ecomafie, allarme clima, centrali nucleari e risorse idriche), alla letteratura e allo spettacolo. Il 9 ci saranno i cinque finalisti dello Strega, dopo la nomina del vincitore (l’8 luglio). Tra gli ospiti cito solo Gianrico Carofiglio, Curzio Maltese, Federico Rampini, Nicola Gratteri, Serena Dandini, Walter Veltroni, Pietro Grasso, Innocenzo Cipolletta, Umberto Ambrosoli, Mario Tozzi, Pierluigi Vigna, Francesca Comencini, Ennio Fantastichini, Armando Spataro. Altri ospiti con la letteratura, o la buona letteratura, o con i temi “alti” c’entrano poco, anche se scrivono libri. Ma i festival cercano spesso di accontentare un pubblico vasto. E questo in Italia significa sempre far scelte “televisive”. Se però servisse per avvicinare nuovo pubblico ai libri, ben vengano. L’Italia, forse, sta cambiando. Adesso, più che mai, ha bisogno di farlo con l’aiuto della cultura.
Valeria Palumbo
http://www.meddle.tv/joomla-pages-iii/category-list/8-editoriali/91-cattivi-libri-cattivi-maestri
domenica 15 maggio 2011
LA RIVOLUZIONE RESTAURATRICE DI JOSE' ANTONIO PRIMO DE RIVERA (di Piero Vassallo)
Un brillante allievo di Fausto Belfiori, il filosofo romano Paolo Rizza, secondo l'autorevole e condiviso giudizio di Luigi Gagliardi, è il più qualificato e infaticabile fra i giovani scrittori intesi alla ricerca delle profonde ragioni che hanno animato i movimenti costituiti nel XX secolo per affermare gli indeclinabili princìpi della Tradizione.
Frutto recentissimo dell'assidua fatica di Rizza è il saggio "La Falange spagnola. Origini ed essenza di un movimento rivoluzionario", pubblicato in Chieti dal coraggioso e benemerito editore Marco Solfanelli.
Nella presentazione del libro, Gagliardi, offre una puntuale chiave di lettura rammentando che "Caratteristica della Falange era la sua estraneità alle categorie politiche di destra e di sinistra; la sua finalità era la rivendicazione della cultura e della Tradizione del popolo spagnolo contro la dirompente carica profanatrice della modernità".
José Antonio Primo de Rivera (1903-1936) perseguiva, infatti, l'ambizioso progetto di creare un ordine radicalmente alternativo al liberalismo e al marxismo. Opportunamente Rizza dimostra che "Le componenti spirituali e culturali che hanno concorso a determinare la fisionomia della Falange traggono la propria origine da un ethos religioso-cavalleresco ben radicato nell'eroica tensione civilizzatrice che animò l'epopea della Reconquista e che va considerato come uno degli aspetti più qualificanti della Hispanidad",
Di qui la critica spietata al contrattualismo, errore (scrive Rizza) "che pretendendo di desumere il fondamento e la legittimazione dell'autorità politica da vuote finzioni razionalistiche, ha determinato una pericolosa falsificazione del carattere e dei fini dello Stato", ossia la negazione che esso abbia per compito la tutela dell'ordine etico e spirituale fondato dalle società naturali, che sempre precedono le leggi stabilite dalla società politica.
La filosofia politica della Falange sosteneva che il più devastante fra gli errori seminati da Rousseau e comunicati alla politologia sedicente progressista, è la tesi secondo cui verità e giustizia non sono categorie che la ragione deve scoprire e approfondire ma prodotti delle decisioni della volontà.
L'implacabile denuncia del peccato originale delle rivoluzioni, che dopo aver sconvolto l'età moderna sfociano nel relativismo e nel nichilismo, dimostra "la sostanziale affinità di orientamenti dottrinali e programmatici che accomunano il pensiero politico della Falange alla connotazione religiosa e anti-ideologica che caratterizza la cultura reazionaria".
Rizza confuta tuttavia il giudizio che attribuisce a José Antonio l'avversione al progresso e dimostra l'origine decadente della cultura che ha tentato di mettere in stato d'accusa il falangismo: "smaccata perversione patologica della sana idea di progresso, che trova la propria giusta collocazione nel quadro di una concezione filosoficamente fondata della realtà".
Dall'orizzonte della sana e legittima reazione è esplicitamente escluso il nazismo, espressione dei prodotti ultimi e peggiori dell'apostasia moderna, il darwinismo e il superomismo.
Di qui il suggerimento di una originale interpretazione del rapporto tra falangismo e fascismo: "Le rivoluzioni di cui Mussolini e José Antonio sono pugnaci assertori, perseguono il fine di ricomporre la dimensione comunitaria in una cornice politicamente e giuridicamente organica, ove lo Stato, assurgendo a organo rappresentativo dei più alti valori della vita di un popolo, ordina e garantisce il suo dispiegamento".
Grazie all'ingente lavoro di Paolo Rizza il revisionismo esce dal circuito in cui si estenuano i difensori dell'anomalia nazista per indirizzarsi alla scoperta delle ragioni che appartengono alla destra ideale. In una fase storica segnata dalla contestazione della macchina speculativa e strozzina generata dall'ideologia liberale e dal tramonto della destra americanizzante, la vasta opera di Rizza costituisce un importante contributo al chiarimento delle idee necessarie alla rifondazione.
Piero Vassallo
http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=971:la-rivoluzione-restauratrice-di-jose-antonio-primo-de-rivera-di-piero-vassallo&catid=53:storia&Itemid=123
Frutto recentissimo dell'assidua fatica di Rizza è il saggio "La Falange spagnola. Origini ed essenza di un movimento rivoluzionario", pubblicato in Chieti dal coraggioso e benemerito editore Marco Solfanelli.
Nella presentazione del libro, Gagliardi, offre una puntuale chiave di lettura rammentando che "Caratteristica della Falange era la sua estraneità alle categorie politiche di destra e di sinistra; la sua finalità era la rivendicazione della cultura e della Tradizione del popolo spagnolo contro la dirompente carica profanatrice della modernità".
José Antonio Primo de Rivera (1903-1936) perseguiva, infatti, l'ambizioso progetto di creare un ordine radicalmente alternativo al liberalismo e al marxismo. Opportunamente Rizza dimostra che "Le componenti spirituali e culturali che hanno concorso a determinare la fisionomia della Falange traggono la propria origine da un ethos religioso-cavalleresco ben radicato nell'eroica tensione civilizzatrice che animò l'epopea della Reconquista e che va considerato come uno degli aspetti più qualificanti della Hispanidad",
Di qui la critica spietata al contrattualismo, errore (scrive Rizza) "che pretendendo di desumere il fondamento e la legittimazione dell'autorità politica da vuote finzioni razionalistiche, ha determinato una pericolosa falsificazione del carattere e dei fini dello Stato", ossia la negazione che esso abbia per compito la tutela dell'ordine etico e spirituale fondato dalle società naturali, che sempre precedono le leggi stabilite dalla società politica.
La filosofia politica della Falange sosteneva che il più devastante fra gli errori seminati da Rousseau e comunicati alla politologia sedicente progressista, è la tesi secondo cui verità e giustizia non sono categorie che la ragione deve scoprire e approfondire ma prodotti delle decisioni della volontà.
L'implacabile denuncia del peccato originale delle rivoluzioni, che dopo aver sconvolto l'età moderna sfociano nel relativismo e nel nichilismo, dimostra "la sostanziale affinità di orientamenti dottrinali e programmatici che accomunano il pensiero politico della Falange alla connotazione religiosa e anti-ideologica che caratterizza la cultura reazionaria".
Rizza confuta tuttavia il giudizio che attribuisce a José Antonio l'avversione al progresso e dimostra l'origine decadente della cultura che ha tentato di mettere in stato d'accusa il falangismo: "smaccata perversione patologica della sana idea di progresso, che trova la propria giusta collocazione nel quadro di una concezione filosoficamente fondata della realtà".
Dall'orizzonte della sana e legittima reazione è esplicitamente escluso il nazismo, espressione dei prodotti ultimi e peggiori dell'apostasia moderna, il darwinismo e il superomismo.
Di qui il suggerimento di una originale interpretazione del rapporto tra falangismo e fascismo: "Le rivoluzioni di cui Mussolini e José Antonio sono pugnaci assertori, perseguono il fine di ricomporre la dimensione comunitaria in una cornice politicamente e giuridicamente organica, ove lo Stato, assurgendo a organo rappresentativo dei più alti valori della vita di un popolo, ordina e garantisce il suo dispiegamento".
Grazie all'ingente lavoro di Paolo Rizza il revisionismo esce dal circuito in cui si estenuano i difensori dell'anomalia nazista per indirizzarsi alla scoperta delle ragioni che appartengono alla destra ideale. In una fase storica segnata dalla contestazione della macchina speculativa e strozzina generata dall'ideologia liberale e dal tramonto della destra americanizzante, la vasta opera di Rizza costituisce un importante contributo al chiarimento delle idee necessarie alla rifondazione.
Piero Vassallo
http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=971:la-rivoluzione-restauratrice-di-jose-antonio-primo-de-rivera-di-piero-vassallo&catid=53:storia&Itemid=123
sabato 2 aprile 2011
Novità: LA FALANGE SPAGNOLA di Paolo Rizza (Edizioni Solfanelli)
Collocandosi autonomamente tra le tendenze rivoluzionarie che nel Ventesimo secolo sfidarono il capitalismo e il comunismo, la Falange spagnola di Josè Antonio Primo de Rivera ha saputo esemplificare in termini etico-politici una vigorosa reazione alla sovversione anti-tradizionale.
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
Paolo Rizza
LA FALANGE SPAGNOLA
Origine ed essenza
di un movimento rivoluzionario
Presentazione di Luigi Gagliardi
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-701-7]
Pagg. 112 - € 10,00
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
Paolo Rizza
LA FALANGE SPAGNOLA
Origine ed essenza
di un movimento rivoluzionario
Presentazione di Luigi Gagliardi
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-701-7]
Pagg. 112 - € 10,00
sabato 5 marzo 2011
Imminente: LA FALANGE SPAGNOLA di Paolo Rizza
Collocandosi autonomamente tra le tendenze rivoluzionarie che nel Ventesimo secolo sfidarono il capitalismo e il comunismo, la Falange spagnola di Josè Antonio Primo de Rivera ha saputo esemplificare in termini etico-politici una vigorosa reazione alla sovversione anti-tradizionale.
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
sabato 7 agosto 2010
In preparazione: LA FALANGE SPAGNOLA
Il Falangismo di Josè Antonio Primo de Rivera, preseguendo il fine di reintegrare la socialità in una prospettiva tradizionale, ha conferito al termine "rivoluzione" la sua originaria valenza di restaurazione di un ordine violato dalle convergenti espressioni del materialismo moderno.
Questo saggio si propone di chiarire le componenti fondamentali di una dottrina politica spiritualmente centrata sul concetto aristocratico ed ascetico di milizia.
Questo saggio si propone di chiarire le componenti fondamentali di una dottrina politica spiritualmente centrata sul concetto aristocratico ed ascetico di milizia.
martedì 26 gennaio 2010
In Africa prima e dopo Mussolini
Marco Iacona, per le edizioni Solfanelli, narra la politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922
Perché l’Italia per circa 80 anni è stata ossessionata dalla conquista dell’Africa? E il colonizzatore Mussolini fu davvero più crudele dei liberaldemocratici che lo avevano preceduto al governo del Regno? A rispondere a queste domande Marco Iacona, in un breve saggio dal titolo: La politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922, edito da Solfanelli, collana Saperi, costo 8 euro, che fa luce sulla storia del colonialismo italiano nel Continente Nero.
No, Mussolini non fu più crudele dei liberaldemocratici, anzi non fece che ereditate metodi di “conquista” già largamente perpetuati dai colleghi. Anzi, quando Mussolini arrivò sul territorio africano l’Italia aveva si e no “due brandelli di terra” in cui vigeva lo stato di guerra perpetuo, il Duce ne fece delle colonie a tutti gli effetti. Ma perché gli italiani o meglio il Regno d’Italia decise di colonizzare l’Africa?
Semplice, i principi colonizzatori del periodo 1880-1900 facevano seguito a un bagaglio culturale di antica data: missione civilizzatrice di stampo mazziniano, guerra come catarsi dei popoli, eredità romana. A questi principi vanno poi aggiunte le mire commerciali e i fenomeni migratori. Il Sud, è quello più coinvolto, in quel periodo, ogni anno, lasciavano l’Abruzzo, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia 150.000 persone. Per loro si voleva trovare delle terre, un’estensione del teritorio italiano in Africa. Infine, non vanno trascurati i rapporti politici internazionali. Durante il Congresso di Berlino del 1878 l’Italia si accorge di essere fuori dallo scacchiere internazionale, perde la possibilità di conquistare la Tunisia, Paese che il Regno considerava già sua derivazione per motivi commerciali e che finirà in mani francesi. L’Italia dunque vorrebbe cimentarsi nella conquista del nord Africa ma per motivi politici è costretta a virare sull’Africa orientale: Eritrea, Etiopia, Somalia.
Dal 5 luglio 1882, data di inaugurazione della prima colonia ad Assab, sul Mar Rosso, fino alla clamorosa asconfitta di Adua del 1896 Crispi sogna di attuare il suo progetto politico di espansione in Africa. Fallito questo tentativo il desidero colonizzare ritorna agli inizi del Novecento con i nazionalisti, tra questi alcuni protagonisti della futura impresa libica: Carducci, D’Annunzio, Oriani e Corradini. Nel frattempo l’antico nemico francese diventa alleato. Nel 1906 l’Italia stipula con Francia e Inghilterra un accordo di influenza economica in Africa orientale. La Penisola mantiene il controllo sulla Somalia e l’Eritrea. Il sogno di un paradiso africano per i senza lavoro italiani viene nuovamente alimentato dai nazionalisti e dall’impresa di Libia. Protagonista questa volta è Giovanni Giolitti. Mentre in Patria si afferma di aver assoggettato la Libia, nel Paese nord africano si assiste a una carneficina che per l’Italia si trasformerà il 15 aprile 1915 a Gasar Bu Hadi in una seconda Adua. All’insorgere della marcia su Roma gli italiani in Africa avevano mostrato tutto di sé, la loro bellezza e la loro bruttezza.
Anna Lotti
Perché l’Italia per circa 80 anni è stata ossessionata dalla conquista dell’Africa? E il colonizzatore Mussolini fu davvero più crudele dei liberaldemocratici che lo avevano preceduto al governo del Regno? A rispondere a queste domande Marco Iacona, in un breve saggio dal titolo: La politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922, edito da Solfanelli, collana Saperi, costo 8 euro, che fa luce sulla storia del colonialismo italiano nel Continente Nero.
No, Mussolini non fu più crudele dei liberaldemocratici, anzi non fece che ereditate metodi di “conquista” già largamente perpetuati dai colleghi. Anzi, quando Mussolini arrivò sul territorio africano l’Italia aveva si e no “due brandelli di terra” in cui vigeva lo stato di guerra perpetuo, il Duce ne fece delle colonie a tutti gli effetti. Ma perché gli italiani o meglio il Regno d’Italia decise di colonizzare l’Africa?
Semplice, i principi colonizzatori del periodo 1880-1900 facevano seguito a un bagaglio culturale di antica data: missione civilizzatrice di stampo mazziniano, guerra come catarsi dei popoli, eredità romana. A questi principi vanno poi aggiunte le mire commerciali e i fenomeni migratori. Il Sud, è quello più coinvolto, in quel periodo, ogni anno, lasciavano l’Abruzzo, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia 150.000 persone. Per loro si voleva trovare delle terre, un’estensione del teritorio italiano in Africa. Infine, non vanno trascurati i rapporti politici internazionali. Durante il Congresso di Berlino del 1878 l’Italia si accorge di essere fuori dallo scacchiere internazionale, perde la possibilità di conquistare la Tunisia, Paese che il Regno considerava già sua derivazione per motivi commerciali e che finirà in mani francesi. L’Italia dunque vorrebbe cimentarsi nella conquista del nord Africa ma per motivi politici è costretta a virare sull’Africa orientale: Eritrea, Etiopia, Somalia.
Dal 5 luglio 1882, data di inaugurazione della prima colonia ad Assab, sul Mar Rosso, fino alla clamorosa asconfitta di Adua del 1896 Crispi sogna di attuare il suo progetto politico di espansione in Africa. Fallito questo tentativo il desidero colonizzare ritorna agli inizi del Novecento con i nazionalisti, tra questi alcuni protagonisti della futura impresa libica: Carducci, D’Annunzio, Oriani e Corradini. Nel frattempo l’antico nemico francese diventa alleato. Nel 1906 l’Italia stipula con Francia e Inghilterra un accordo di influenza economica in Africa orientale. La Penisola mantiene il controllo sulla Somalia e l’Eritrea. Il sogno di un paradiso africano per i senza lavoro italiani viene nuovamente alimentato dai nazionalisti e dall’impresa di Libia. Protagonista questa volta è Giovanni Giolitti. Mentre in Patria si afferma di aver assoggettato la Libia, nel Paese nord africano si assiste a una carneficina che per l’Italia si trasformerà il 15 aprile 1915 a Gasar Bu Hadi in una seconda Adua. All’insorgere della marcia su Roma gli italiani in Africa avevano mostrato tutto di sé, la loro bellezza e la loro bruttezza.
Anna Lotti
http://www.lineaquotidiano.net/node/9499
mercoledì 30 dicembre 2009
I "Gesuiti" di Brienza alla Stanford University (California)
La Stanford University (California) ha acquistato per la propria biblioteca e reso consultabile nel suo catalogo on line (http://searchworks.stanford.edu/view/7188397) il saggio I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848 di Giuseppe Brienza, considerandolo una significativa testimonianza della storia politica ed ecclesiastica del XIX secolo. E' presente nella sezione "Italia - Storia - 1815-1870".
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I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848
I "Gesuiti" di Brienza alla Stanford University (California)
La Stanford University (California) ha acquistato per la propria biblioteca e reso consultabile nel suo catalogo on line (http://searchworks.stanford.edu/view/7188397) il saggio I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848 di Giuseppe Brienza, considerandolo una significativa testimonianza della storia politica ed ecclesiastica del XIX secolo. E' presente nella sezione "Italia - Storia - 1815-1870".
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giovedì 24 dicembre 2009
RECENSIONE di Piero Vassallo
Costituito come avanguardia futurista, in sintonia con il pensiero moderno, il movimento fascista, salendo al potere, incontrò le radici della sua più vera identità nelle ragioni indeclinabili, che oppongono la fede cristiana alle utopie rivoluzionarie.
L’evoluzione religiosa del fascismo iniziò nel dicembre del 1922, quando Arnaldo Mussolini, resosi conto che la religione è l’insostituibile cardine dell’ordine civile, convinse il fratello ad iniziare un autentico cammino di conversione.
Nel dicembre del 1922 la marcia d’avvicinamento alla cristianità subì una forte accelerazione: Benito Mussolini, infatti, approvò la proposta del filosofo Francesco Orestano, che immediatamente diede inizio alla trattativa con la Santa Sede , intesa a “restituire l’Italia a Cristo e Cristo all’Italia”.
Il successo conseguito dal governo italiano nella faticosa costruzione dell’accordo tra Italia fascista e Vaticano, destò una tale ammirazione da causare un profondo cambiamento nella strategia dei nazionalisti e da avviare la collocazione a destra di importanti settori del popolarismo cristiano.
La politica culturale del fascismo fu adottata (con alcune varianti) da tutti i partiti della destra europea, che in tal modo si emancipò dalle filosofie di matrice illuministica.
Il modello fascista, peraltro, non fu imitato dalle sole forze di destra: vasti settori dei partiti cattolici, infatti, presero le distanze dal democratismo modernistico e si collocarono nell’area della cultura rinnovata da Mussolini.
Nell’orbita del fascismo entrarono i più qualificati esponenti dell'Action française, della Falange ispanica, della destra austriaca, ungherese e belga, e del conservatorismo cristiano-ortodosso di Romania.
Nella sfera dell’influenza fascista si collocarono anche numerosi autorevoli esponenti dello Zentrum cattolico tedesco, ad esempio Anton Hilckman e Georg Moenius, direttore, quest'ultimo, della "Allgmeine Rundschau" e capofila degli oppositori al nazismo.
Nelle pagine di "Antieuropa", la rivista fondata e diretta da Gravelli e finanziata dal governo fascista, gli esponenti dello Zentrum formulavano, in durissimi giudizi sul nazismo, colpevole di "far rivivere i sinistri miti del wotanismo", di essere "l'espressione della perenne antilatinità e antiromanità", e di contorcersi nella grottesca rappresentazione di "una forma sublimata di talmudismo"
Purtroppo la pagina di storia che fu scritta dai protagonisti della svolta religiosa compiuta dalle destre cristiane, è nascosta dal bianchetto versato dalla tracotanza storiografica delle sinistre e dal conformismo dei democristiani.
La verità storica, tuttavia, è stata conservata da alcuni animosi revisionisti, ad esempio Ennio Innocenti, Fausto Belfiori, Luigi Gagliardi, Davide Sabatini, Guido Mussolini, Fabio Andriola e Paolo Rizza, i quali hanno dimostrato l’esistenza (nel cuore del partito fascista) di una comunità ideale, fondata per unire le forze dell’Europa tradizionale nella costruzione di un argine ai contrapposti errori intitolati alla sovversione.
Secondo Paolo Rizza, il movimento fondato da Corneliu Zelea Codreanu nel 1927, era animato dall’aspirazione “a creare un modello antropologico animato da una sincera e non convenzionale adesione alle tradizioni del proprio popolo, e da un altrettanto deciso rifiuto della mentalità borghese e materialistica veicolata da ideologie totalmente e radicalmente difformi dalla fede cristiana” (pag. 24).
Storico controcorrente, Paolo Rizza ha interpretato la vicenda della Legione romena di San Michele Arcangelo alla luce della proibita verità sulla convergenza di politica d’ispirazione fascista e ideali cristiani.
L’indagine del giovane e sagace studioso ha poi ristabilito la verità sull’opposizione della destra fascista di Romania al razzismo tedesco: “Risulta agevolmente comprensibile che il concepire la nazione quale patrimonio di valori spirituali destinati ad informare le varie manifestazioni della vita civile di un popolo, è privo di qualunque riferimento ai deleteri presupposti del razzismo biologico, proprio del nazionalsocialismo tedesco” (pag. 25). L’antisemitismo hitleriano fu invece condiviso dal partito dei conservatori, da cui Codreanu si era separato prima di fondare il movimento legionario.
Interpretata con il rigore di cui si è dimostrato capace Paolo Rizza, l’esemplare vicenda dei legionari romeni aggiunge un prezioso tassello alla documentazione degli storici che sostengono la necessità di sciogliere finalmente il plesso nazifascismo e di riconoscere l’attualità della filosofia politica elaborata all’interno di una fra le più vivaci correnti intellettuali del Novecento.
Piero Vassallo
http://lariscossacristiana-libri.blogspot.com/2009/12/paolo-rizza-guardia-di-ferro-la-legione.html
L’evoluzione religiosa del fascismo iniziò nel dicembre del 1922, quando Arnaldo Mussolini, resosi conto che la religione è l’insostituibile cardine dell’ordine civile, convinse il fratello ad iniziare un autentico cammino di conversione.
Nel dicembre del 1922 la marcia d’avvicinamento alla cristianità subì una forte accelerazione: Benito Mussolini, infatti, approvò la proposta del filosofo Francesco Orestano, che immediatamente diede inizio alla trattativa con la Santa Sede , intesa a “restituire l’Italia a Cristo e Cristo all’Italia”.
Il successo conseguito dal governo italiano nella faticosa costruzione dell’accordo tra Italia fascista e Vaticano, destò una tale ammirazione da causare un profondo cambiamento nella strategia dei nazionalisti e da avviare la collocazione a destra di importanti settori del popolarismo cristiano.
La politica culturale del fascismo fu adottata (con alcune varianti) da tutti i partiti della destra europea, che in tal modo si emancipò dalle filosofie di matrice illuministica.
Il modello fascista, peraltro, non fu imitato dalle sole forze di destra: vasti settori dei partiti cattolici, infatti, presero le distanze dal democratismo modernistico e si collocarono nell’area della cultura rinnovata da Mussolini.
Nell’orbita del fascismo entrarono i più qualificati esponenti dell'Action française, della Falange ispanica, della destra austriaca, ungherese e belga, e del conservatorismo cristiano-ortodosso di Romania.
Nella sfera dell’influenza fascista si collocarono anche numerosi autorevoli esponenti dello Zentrum cattolico tedesco, ad esempio Anton Hilckman e Georg Moenius, direttore, quest'ultimo, della "Allgmeine Rundschau" e capofila degli oppositori al nazismo.
Nelle pagine di "Antieuropa", la rivista fondata e diretta da Gravelli e finanziata dal governo fascista, gli esponenti dello Zentrum formulavano, in durissimi giudizi sul nazismo, colpevole di "far rivivere i sinistri miti del wotanismo", di essere "l'espressione della perenne antilatinità e antiromanità", e di contorcersi nella grottesca rappresentazione di "una forma sublimata di talmudismo"
Purtroppo la pagina di storia che fu scritta dai protagonisti della svolta religiosa compiuta dalle destre cristiane, è nascosta dal bianchetto versato dalla tracotanza storiografica delle sinistre e dal conformismo dei democristiani.
La verità storica, tuttavia, è stata conservata da alcuni animosi revisionisti, ad esempio Ennio Innocenti, Fausto Belfiori, Luigi Gagliardi, Davide Sabatini, Guido Mussolini, Fabio Andriola e Paolo Rizza, i quali hanno dimostrato l’esistenza (nel cuore del partito fascista) di una comunità ideale, fondata per unire le forze dell’Europa tradizionale nella costruzione di un argine ai contrapposti errori intitolati alla sovversione.
Secondo Paolo Rizza, il movimento fondato da Corneliu Zelea Codreanu nel 1927, era animato dall’aspirazione “a creare un modello antropologico animato da una sincera e non convenzionale adesione alle tradizioni del proprio popolo, e da un altrettanto deciso rifiuto della mentalità borghese e materialistica veicolata da ideologie totalmente e radicalmente difformi dalla fede cristiana” (pag. 24).
Storico controcorrente, Paolo Rizza ha interpretato la vicenda della Legione romena di San Michele Arcangelo alla luce della proibita verità sulla convergenza di politica d’ispirazione fascista e ideali cristiani.
L’indagine del giovane e sagace studioso ha poi ristabilito la verità sull’opposizione della destra fascista di Romania al razzismo tedesco: “Risulta agevolmente comprensibile che il concepire la nazione quale patrimonio di valori spirituali destinati ad informare le varie manifestazioni della vita civile di un popolo, è privo di qualunque riferimento ai deleteri presupposti del razzismo biologico, proprio del nazionalsocialismo tedesco” (pag. 25). L’antisemitismo hitleriano fu invece condiviso dal partito dei conservatori, da cui Codreanu si era separato prima di fondare il movimento legionario.
Interpretata con il rigore di cui si è dimostrato capace Paolo Rizza, l’esemplare vicenda dei legionari romeni aggiunge un prezioso tassello alla documentazione degli storici che sostengono la necessità di sciogliere finalmente il plesso nazifascismo e di riconoscere l’attualità della filosofia politica elaborata all’interno di una fra le più vivaci correnti intellettuali del Novecento.
Piero Vassallo
http://lariscossacristiana-libri.blogspot.com/2009/12/paolo-rizza-guardia-di-ferro-la-legione.html
domenica 15 novembre 2009
RECENSIONE di Enzo Natta
Era o non era nazista? O perlomeno poteva essere coinvolta in quella responsabilità collettiva di cui fu accusato tutto il popolo tedesco dopo la seconda guerra mondiale?
Negli ultimi anni della sua vita Leni Riefensthal aveva sempre sostenuto di essersi distaccata dal nazionalsocialismo a mano a mano che prendeva coscienza del baratro nel quale stava scivolando la Germania.
Di questo personaggio tanto discusso (autore di famosi documentari come Il trionfo della volontà e Olimpia) il libro in questione fornisce una serie di documenti storici di straordinaria rilevanza: venti incontri con Hitler e uno con Mussolini in cui l’autrice del Trionfo della volontà e di Olimpia riporta il testo delle conversazioni. In cui si parla di cinema, del suo lavoro, degli impegni che l’attendono, ma anche del futuro della Germania e della scarsa affidabilità degli italiani. E di una proposta da parte di Mussolini di girare un documentario sulle paludi Pontine.
http://inscenaonline.altervista.org/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=34&Itemid=54
giovedì 12 novembre 2009
RECENSIONE di Marco Iacona ("Linea", 12 novembre 2009)
Esistono due modelli di interpretazione circa le vicende di Corneliu Zelea Codreanu, leggendario legionario rumeno, attivo fra le due guerre mondiali. Il primo è l’assoluto (spesso isterico) rifiuto di un piccolo Hitler rumeno, il secondo è la glorificazione del grande e bel personaggio tutto onore e fedeltà, scomodo perfino agli alleati. Un libro appena edito da Solfanelli – per la collana Saperi storia (Paolo Rizza, Guardia di ferro, 2009; pp. 64 euro 7.00) – ci consegna invece un Codreanu più di sostanza, a metà fra fede e idealità, fautore di un antirazionalismo fattivo – fondato su un cristianesimo “eroico” di disciplina e preghiera – e non solo di protesta o uomo-immagine; una figura singolare, la cui tragicità è specchio di un periodo nel quale i fascismi giocarono partite destinate a influire sulla fortuna dei popoli e sulle scelte dei governanti. Non un personaggio da poco, insomma al quale sembra opportuno non operare né sconti né regali. Un bravo allora a Rizza che svela, fin dall’inizio, quale parere intende accordare circa il fondatore della “Legione dell’Arcangelo Michele” (1927) e della successiva Guardia di ferro (1930): «La dichiarata avversione al comune retroterra razionalistico e anticristiano della democrazia, del liberalismo e del socialismo, costituisce dunque il tratto più facilmente individuabile del movimento guardista di Codreanu, al quale sarebbe però limitativo attribuire una connotazione esclusivamente politica; esso infatti aspirava costantemente a trarre il senso più intimo della sua presenza dal patrimonio spirituale di una tradizione storicamente incarnatasi nella fede cristiana, intesa da Codreanu come la sola prospettiva capace di garantire una vera rinascita spirituale e civile della Romania». E anche se l’autore non lo scrive, è questo il limite maggiore della creazione spirituale di Codreanu dal sottofondo tradizional/religioso. Peraltro parecchio imitato.
Per non qualificare in modo aleatorio il “programma” della milizia del “capitano” è bene però elencare i capisaldi del Codreanu-pensiero: antilluminismo e ovviamente valorizzazione della tradizione insita nella cristianità, antidemocraticità come prassi e valore, infine ridimensionamento del potere economico ad attività resa per soddisfare i bisogni materiali («Nella persuasione secondo la quale all’economia non può essere attribuito il compito primario di organizzare le molteplici manifestazioni che caratterizzano l’esistenza di una comunità umana e politica, va ravvisato uno dei tratti essenziali dell’opposizione legionaria alla forma mentis delle moderne ideologie razionalistiche e illuministiche, ispirate dalla comune negazione dei principi gerarchici e religiosi compendiati nel Cristianesimo»). Un “programma” ovviamente spirituale che è facile spingere all’interno di un filone reazionario e controrivoluzionario. Piaccia o meno questo e altro ancora accadeva nell’Europa ortodossa di settant’anni fa dove Codreanu moriva, nell’autunno del 1938, durante l’ennesima carcerazione. Forse fucilato, forse già all’interno della prigione.
La battaglia del “capitano” fu principalmente identitaria, antiborghese in primo luogo – nel senso di contrasto al dominio della materia – e volta contro le forze della cosiddetta antitradizione. E fu la tipica battaglia meta-politica in nome di entità superiori che si combatté fra le due guerre. Sentiamo ancora Rizza: «La sfida apertamente lanciata dal legionarismo contro il potere delle oligarchie democratiche legate alla finanza internazionale e prevalentemente gestite da ebrei … e contro la propaganda comunista … si fondava proprio sul convincimento in base al quale solo un’azione diretta alla difesa e alla salvaguardia della specifica identità romena avrebbe potuto costituire una valida alternativa al disordine prodotto dalla sovversione plutocratica e marxista». Fu una lotta nella quale il soggetto (l’uomo) e l’oggetto delle attenzioni legionarie coincisero alla perfezione. Fu una lotta per l’uomo nuovo (o uomo differenziato, che dir si voglia), forse l’ultimo vero duello intestino dell’intera Europa se si eccettua quella guerra fredda che, “guerra” appunto, per ragioni arcinote lo fu più di forma che di sostanza. Evidentemente il nazionalismo rumeno non discendeva affatto, e l’autore ci tiene a dirlo, da una «divinizzazione o assolutizzazione di una realtà storica e umana (la nazione)» moderna, bensì dalle tradizioni religiose e civili proprie della Romania; era semplicemente a queste che il “capitano” e gli altri legionari intendevano ispirarsi quando citavano quell’uomo nuovo, “morale” di cui da più parti, in Occidente, s’andava celebrando la nascita. Siamo dunque nel pieno della “personificazione” della battaglia politica, tipicamente novecentesca. Fine della categorie (l’individuo nel suo valore numerico come, appunto, categoria vivente) e valorizzazione delle specificità e delle singolarità culturali, territoriali e spirituali di fede e tradizione religiosa. Così a trattare del razzismo (in senso lato) dell’altrettanto leggendaria Guardia di ferro il passo è breve. Rizza parla di un «pericolo» ravvisato da Codreanu, «incombente sui destini della propria terra e più vastamente una minaccia volta a distruggere i fondamenti religiosi e culturali della civiltà europea», cioè dell’ebreo; una minaccia più religiosa (quello di Codreanu fu vero e proprio antigiudaismo), che “politica”, dovuta essenzialmente «alla funzione negativa e dissolutrice che il giudaismo, inteso prevalentemente come messianismo materialistico, ha svolto in stretta concomitanza con i similari orientamenti antitradizionali della cultura moderna». Può bastare?
Pericoloso, molto pericoloso, anche se lontano dal paganesimo tedesco. Così pare.
http://www.lineaquotidiano.net/node/8452
Per non qualificare in modo aleatorio il “programma” della milizia del “capitano” è bene però elencare i capisaldi del Codreanu-pensiero: antilluminismo e ovviamente valorizzazione della tradizione insita nella cristianità, antidemocraticità come prassi e valore, infine ridimensionamento del potere economico ad attività resa per soddisfare i bisogni materiali («Nella persuasione secondo la quale all’economia non può essere attribuito il compito primario di organizzare le molteplici manifestazioni che caratterizzano l’esistenza di una comunità umana e politica, va ravvisato uno dei tratti essenziali dell’opposizione legionaria alla forma mentis delle moderne ideologie razionalistiche e illuministiche, ispirate dalla comune negazione dei principi gerarchici e religiosi compendiati nel Cristianesimo»). Un “programma” ovviamente spirituale che è facile spingere all’interno di un filone reazionario e controrivoluzionario. Piaccia o meno questo e altro ancora accadeva nell’Europa ortodossa di settant’anni fa dove Codreanu moriva, nell’autunno del 1938, durante l’ennesima carcerazione. Forse fucilato, forse già all’interno della prigione.
La battaglia del “capitano” fu principalmente identitaria, antiborghese in primo luogo – nel senso di contrasto al dominio della materia – e volta contro le forze della cosiddetta antitradizione. E fu la tipica battaglia meta-politica in nome di entità superiori che si combatté fra le due guerre. Sentiamo ancora Rizza: «La sfida apertamente lanciata dal legionarismo contro il potere delle oligarchie democratiche legate alla finanza internazionale e prevalentemente gestite da ebrei … e contro la propaganda comunista … si fondava proprio sul convincimento in base al quale solo un’azione diretta alla difesa e alla salvaguardia della specifica identità romena avrebbe potuto costituire una valida alternativa al disordine prodotto dalla sovversione plutocratica e marxista». Fu una lotta nella quale il soggetto (l’uomo) e l’oggetto delle attenzioni legionarie coincisero alla perfezione. Fu una lotta per l’uomo nuovo (o uomo differenziato, che dir si voglia), forse l’ultimo vero duello intestino dell’intera Europa se si eccettua quella guerra fredda che, “guerra” appunto, per ragioni arcinote lo fu più di forma che di sostanza. Evidentemente il nazionalismo rumeno non discendeva affatto, e l’autore ci tiene a dirlo, da una «divinizzazione o assolutizzazione di una realtà storica e umana (la nazione)» moderna, bensì dalle tradizioni religiose e civili proprie della Romania; era semplicemente a queste che il “capitano” e gli altri legionari intendevano ispirarsi quando citavano quell’uomo nuovo, “morale” di cui da più parti, in Occidente, s’andava celebrando la nascita. Siamo dunque nel pieno della “personificazione” della battaglia politica, tipicamente novecentesca. Fine della categorie (l’individuo nel suo valore numerico come, appunto, categoria vivente) e valorizzazione delle specificità e delle singolarità culturali, territoriali e spirituali di fede e tradizione religiosa. Così a trattare del razzismo (in senso lato) dell’altrettanto leggendaria Guardia di ferro il passo è breve. Rizza parla di un «pericolo» ravvisato da Codreanu, «incombente sui destini della propria terra e più vastamente una minaccia volta a distruggere i fondamenti religiosi e culturali della civiltà europea», cioè dell’ebreo; una minaccia più religiosa (quello di Codreanu fu vero e proprio antigiudaismo), che “politica”, dovuta essenzialmente «alla funzione negativa e dissolutrice che il giudaismo, inteso prevalentemente come messianismo materialistico, ha svolto in stretta concomitanza con i similari orientamenti antitradizionali della cultura moderna». Può bastare?
Pericoloso, molto pericoloso, anche se lontano dal paganesimo tedesco. Così pare.
http://www.lineaquotidiano.net/node/8452
martedì 27 ottobre 2009
Novità: LA POLITICA COLONIALE DEL REGNO D'ITALIA

Italia “potenza” imperialista in Africa. Con questo breve saggio, Marco Iacona indaga le vicende fallimentari della politica coloniale italiana nel periodo liberaldemocratico, dal 1882 al 1922, cioè dall’acquisizione della baia di Assab sulla costa meridionale del Mar Rosso (inizio di una lunga e complessa vicenda coloniale), alle origini dell’era fascista.
Le scelte e dei governi sottoposti alla guida di Francesco Crispi e di quelli presieduti da Giovanni Giolitti, nei modi, tuttavia, non si paleseranno affatto diverse rispetto alle opzioni del ventennio fascista. Uno dei giudizi finali di una vicenda che non ha mai smesso di far notizia, sarà infatti quello di un’Italia liberale che, in Africa, farà proprie le stesse opere di “convincimento” di una sorella fascista che, non troppo tardi, avrebbe occupato un posto che riteneva il “proprio”. Così gli annunci mussoliniani del 5 maggio del 1936, relativo alla cessazione della guerra d’Etiopia e quello successivo del 9 maggio, proclamazione del’impero “sui colli fatali di Roma”, non faranno altro che “consacrare” una vicenda di lacrime, sangue e sudore, di fatto lunga più di mezzo secolo.
Marco Iacona
LA POLITICA COLONIALE DEL REGNO D'ITALIA 1882-1922)
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-68-3]
Pagg. 96 - € 8,00
http://www.edizionisolfanelli.it/politicacoloniale.htm
sabato 12 settembre 2009
lunedì 24 agosto 2009
Dal primo capitolo del libro di Michele Sakkara: "Leni Riefenstahl"
Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.
Questo l’epitaffio dovuto alla grandezza di colei che con immagini di soggiogante bellezza aveva raggiunto magistralmente effetti spettacolari in: Der Sieg des Glaubens (1933), Tag des Freiheits (1935), Triumph des Willens (1936), e nel famosissimo e insuperato Olympia (1938).
Invece, i mezzi di informazione hanno dato notizia della sua morte in maniera faziosa, fino allo scadimento più squallido e rispolverando vecchi commenti di denazificazione, come:
Signora, non è un delitto essere andata a letto con Hitler. Vogliamo solo sapere se era sessualmente normale... (Interrogatorio degli americani, 1946)
Nata a Berlino il 22 agosto 1902, Hèléne Bertha Amalie Riefenstahl apparteneva alla media borghesia, essendo figlia di un uomo d’affari titolare di una Azienda che produceva impianti di riscaldamento.
Fin dalla prima adolescenza aveva rivelato grande interesse per il mondo artistico studiando pittura e danza classica, nonostante l’opposizione della famiglia. Negli anni 1923-26, il suo talento di ballerina la condusse alla ribalta facendola notare da Max Reinhardt, che la fece danzare in varie città europee come Praga, Zurigo e, naturalmente, Berlino. Nella capitale tedesca, la Riefenstahl conobbe Arnold Fanck, che stava cercando una giovane attrice in grado di interpretare la figura di una ballerina, appassionata della montagna. Subito la scritturò come protagonista del suo film Der heilige Berg (1926), nel cui prologo ella eseguiva la "Danza del mare", un ballo di gusto espressionistico.
La scoperta del cinema e della montagna (Fanck era un regista specializzato in film a base di arrampicate e cime nevose), distolsero la Riefenstahl dalla danza, e da allora divenne attrice e interpretò film sempre diretti da Fanck.
Der grosse Sprung (1927) e Der weisse Rausch (1931) appartenevano al genere della commedia leggera, mentre S.O.S. Iceberg (1933) girato in Groenlandia (co-regia di Tay Garnett per la versione in lingua inglese), era di genere drammatico.
Ma il più famoso in assoluto per il successo ottenuto, che portò grande notorietà a lei e alla sua bruna bellezza sportiva, fu Die weisse Hölle von Piz Palü (1929), regia di George W. Pabst, con Güstav Diessl.
Das Blaue Licht (La bella maledetta), oltre che per il suo frequente luminoso fascino visivo, fu il film notato soprattutto per la maestria del montaggio.
Sulla suggestione esercitata dai meravigliosi paesaggi alpestri e dai volti dei montanari, si basava il primo film da lei diretto (con la collaborazione di Hans Schneeberger per la parte tecnica), nel 1932. Suoi erano anche soggetto, sceneggiatura e produzione e per l’occasione aveva appositamente costituita una Casa di produzione.
Era la trasposizione cinematografica di una popolare leggenda dolomitica: una vivissima luce brillava in una grotta di cristallo e solo Junta (ragazza selvaggia e misteriosa) conosceva il sentiero per raggiungerla, fino a quando un pittore scopriva il segreto e lo rivelava ai superstiziosi abitanti del villaggio, provocando la morte della ragazza che precipitava in un burrone.
Questo l’epitaffio dovuto alla grandezza di colei che con immagini di soggiogante bellezza aveva raggiunto magistralmente effetti spettacolari in: Der Sieg des Glaubens (1933), Tag des Freiheits (1935), Triumph des Willens (1936), e nel famosissimo e insuperato Olympia (1938).
Invece, i mezzi di informazione hanno dato notizia della sua morte in maniera faziosa, fino allo scadimento più squallido e rispolverando vecchi commenti di denazificazione, come:
Signora, non è un delitto essere andata a letto con Hitler. Vogliamo solo sapere se era sessualmente normale... (Interrogatorio degli americani, 1946)
Nata a Berlino il 22 agosto 1902, Hèléne Bertha Amalie Riefenstahl apparteneva alla media borghesia, essendo figlia di un uomo d’affari titolare di una Azienda che produceva impianti di riscaldamento.
Fin dalla prima adolescenza aveva rivelato grande interesse per il mondo artistico studiando pittura e danza classica, nonostante l’opposizione della famiglia. Negli anni 1923-26, il suo talento di ballerina la condusse alla ribalta facendola notare da Max Reinhardt, che la fece danzare in varie città europee come Praga, Zurigo e, naturalmente, Berlino. Nella capitale tedesca, la Riefenstahl conobbe Arnold Fanck, che stava cercando una giovane attrice in grado di interpretare la figura di una ballerina, appassionata della montagna. Subito la scritturò come protagonista del suo film Der heilige Berg (1926), nel cui prologo ella eseguiva la "Danza del mare", un ballo di gusto espressionistico.
La scoperta del cinema e della montagna (Fanck era un regista specializzato in film a base di arrampicate e cime nevose), distolsero la Riefenstahl dalla danza, e da allora divenne attrice e interpretò film sempre diretti da Fanck.
Der grosse Sprung (1927) e Der weisse Rausch (1931) appartenevano al genere della commedia leggera, mentre S.O.S. Iceberg (1933) girato in Groenlandia (co-regia di Tay Garnett per la versione in lingua inglese), era di genere drammatico.
Ma il più famoso in assoluto per il successo ottenuto, che portò grande notorietà a lei e alla sua bruna bellezza sportiva, fu Die weisse Hölle von Piz Palü (1929), regia di George W. Pabst, con Güstav Diessl.
Das Blaue Licht (La bella maledetta), oltre che per il suo frequente luminoso fascino visivo, fu il film notato soprattutto per la maestria del montaggio.
Sulla suggestione esercitata dai meravigliosi paesaggi alpestri e dai volti dei montanari, si basava il primo film da lei diretto (con la collaborazione di Hans Schneeberger per la parte tecnica), nel 1932. Suoi erano anche soggetto, sceneggiatura e produzione e per l’occasione aveva appositamente costituita una Casa di produzione.
Era la trasposizione cinematografica di una popolare leggenda dolomitica: una vivissima luce brillava in una grotta di cristallo e solo Junta (ragazza selvaggia e misteriosa) conosceva il sentiero per raggiungerla, fino a quando un pittore scopriva il segreto e lo rivelava ai superstiziosi abitanti del villaggio, provocando la morte della ragazza che precipitava in un burrone.
lunedì 1 giugno 2009
Novità: GUARDIA DI FERRO. La Legione dell'Arcangelo Michele, di Paolo Rizza
Nato al di fuori dei consueti e convenzionali schemi classificatori propri della politologia corrente, il Legionarismo romeno si profila come perfetta sintesi fra le ragioni di una aristocratica milizia civile e i canoni di una rigorosa disciplina spirituale.
La singolarità dell'esperienza che ha animato le vicende della Legione e del suo Capo, si riflette nel riconoscimento del primato della vocazione ad una spiritualità cristianamente vissuta sulle multiformi contingenze politiche.
La denuncia del materialismo moderno e delle sue coerenti manifestazioni ideologiche, è la principale connotazione dottrinaria di uno straordinario fenomeno che, a dispetto dei polemici silenzi e dei faziosi travisamenti perpetrati dalla cultura dominante, serba nitidamente i caratteri di una incomparabile testimonianza ideale.
http://www.edizionisolfanelli.it/guardiadiferro.htm
Paolo Rizza
GUARDIA DI FERRO
La Legione dell'Arcangelo Michele
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-62-1]
Pagg. 80 - € 7,00
lunedì 11 maggio 2009
PICCOLA STORIA DEL LIBANO: recensione di Arduino Rossi
Gli errori compiuti dell'Occidente dall'intervento francese alla fine dell'Ottocento,sin ad oggi.
Gli errori erano in un atteggiamento, che lo scrittore definisce giacobino, avvero nel mancato riconoscimento della forte presenza Maronita e cristiana in genere, nell'atteggiamento laicista, che impedì il costituirsi di uno Stato Maronita e cristiano.
Fu scelto la fusione e la confusione etnica come strategia, per non creare problemi con i vicini arabi.
Già nel 1860 i tentativi di autonomia della regione terminarono in eccidi di Maroniti da parte dei Drusi con la complicità degli Ottomani, cui l'intervento militare francese arrestò.
Si posero così le basi dello sviluppo economico per i cristiani, lasciando invece in condizioni arretrate le componenti islamiche.
Proprio per la presenza dei Drusi e degli sciiti, gruppi religiosi islamici differenti rispetto ai sunniti, si crearono situazioni di una frammentazione etnica, tanto catastrofica per il Paese.
La fine dell'impero Ottomano e la separazione della Siria provocò tensioni ancora attuali, oltre alla guerra civile della fine degli anni Ottanta del Novecento.
Si può dire, che giustamente, l'autore incolpa l'ambiguità dell'Europa, in particolare della Francia, con il suo atteggiamento contraddittorio, che impedì il sorgere di uno Stato cristiano a maggioranza Maronita, senza l'annessione di zone islamiche.
Si può dire che certi errori diplomatici e strategici l'Occidente li stia pagando e facendo pagare ancora alle minoranze non islamiche mediorientali.
Arduino Rossi
http://www.sololibri.net/Piccola-storia-del-Libano-Dal.html
Gli errori erano in un atteggiamento, che lo scrittore definisce giacobino, avvero nel mancato riconoscimento della forte presenza Maronita e cristiana in genere, nell'atteggiamento laicista, che impedì il costituirsi di uno Stato Maronita e cristiano.
Fu scelto la fusione e la confusione etnica come strategia, per non creare problemi con i vicini arabi.
Già nel 1860 i tentativi di autonomia della regione terminarono in eccidi di Maroniti da parte dei Drusi con la complicità degli Ottomani, cui l'intervento militare francese arrestò.
Si posero così le basi dello sviluppo economico per i cristiani, lasciando invece in condizioni arretrate le componenti islamiche.
Proprio per la presenza dei Drusi e degli sciiti, gruppi religiosi islamici differenti rispetto ai sunniti, si crearono situazioni di una frammentazione etnica, tanto catastrofica per il Paese.
La fine dell'impero Ottomano e la separazione della Siria provocò tensioni ancora attuali, oltre alla guerra civile della fine degli anni Ottanta del Novecento.
Si può dire, che giustamente, l'autore incolpa l'ambiguità dell'Europa, in particolare della Francia, con il suo atteggiamento contraddittorio, che impedì il sorgere di uno Stato cristiano a maggioranza Maronita, senza l'annessione di zone islamiche.
Si può dire che certi errori diplomatici e strategici l'Occidente li stia pagando e facendo pagare ancora alle minoranze non islamiche mediorientali.
Arduino Rossi
http://www.sololibri.net/Piccola-storia-del-Libano-Dal.html
lunedì 9 marzo 2009
IMPORTANTE EVENTO ALLA CATTOLICA: GIUSTIZIA PER I SUPERSTITI DELLE FOIBE
MILANO (Adnkronos). La presentazione del libro di Rossana Mondoni Sopravvissuto alle foibe, editore Solfanelli, che narra, sotto forma di una lunga ed emozionante intervista, la vicenda di Graziano Udovisi, l’italiano che riuscì a salvarsi dopo essere stato gettato in una foiba a Pola, aprirà l’importante seminario di studi che l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha deciso di dedicare al dramma delle terre orientali italiane.
Il seminario ha per titolo: «Il sacrificio degli istriani, fiumani e dalmati per rimanere italiani. L’azione dell’Unione Europea per il loro diritto a vivere nella terra natìa».
L’importante evento è organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche della Cattolica, diretto dal professor Massimo De Leonardis, ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali, che presiederà i lavori, il cui inizio è previsto per mercoledì 11 marzo alle ore 15 nella Cripta Aula Magna. Dopo il saluto dell’on. Lucio Toth, presidente dell’Assocazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e la presentazione del volume, che vedrà gli interventi dell’autrice, professoressa Rossana Mondoni, e del prefatore, lo storico Luciano Garibaldi, si alterneranno al microfono noti e qualificati esponenti della comunità degli esuli, come Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli Istriani, e Marino Micich, direttore del Museo storico di Fiume a Roma, oltre a illustri docenti quali Maurizio Maresca, ordinario di Diritto Internazionale ed Europeo nell’Università di Udine, Augusto Sinagra, ordinario di Diritto dell’Unione Europea a «La Sapienza» di Roma, Giulio Vignoli, docente di Diritto delle Comunità Europee all’Università di Genova.
Scopo del convegno, infatti, è quello di esaminare che cosa l’Europa oggi può e deve fare perché gli esuli e i loro figli ed eredi vengano in qualche modo ripagati delle gravissime ingiustizie e dei torti subìti negli anni del dopoguerra.
Contestualmente al seminario, nei locali adiacenti alla Cripta, sarà allestita la mostra «Conoscere per ricordare»: pannelli a colori sulle foibe e l’esodo giuliano-istriano-dalmata.
Il seminario ha per titolo: «Il sacrificio degli istriani, fiumani e dalmati per rimanere italiani. L’azione dell’Unione Europea per il loro diritto a vivere nella terra natìa».
L’importante evento è organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche della Cattolica, diretto dal professor Massimo De Leonardis, ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali, che presiederà i lavori, il cui inizio è previsto per mercoledì 11 marzo alle ore 15 nella Cripta Aula Magna. Dopo il saluto dell’on. Lucio Toth, presidente dell’Assocazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e la presentazione del volume, che vedrà gli interventi dell’autrice, professoressa Rossana Mondoni, e del prefatore, lo storico Luciano Garibaldi, si alterneranno al microfono noti e qualificati esponenti della comunità degli esuli, come Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli Istriani, e Marino Micich, direttore del Museo storico di Fiume a Roma, oltre a illustri docenti quali Maurizio Maresca, ordinario di Diritto Internazionale ed Europeo nell’Università di Udine, Augusto Sinagra, ordinario di Diritto dell’Unione Europea a «La Sapienza» di Roma, Giulio Vignoli, docente di Diritto delle Comunità Europee all’Università di Genova.
Scopo del convegno, infatti, è quello di esaminare che cosa l’Europa oggi può e deve fare perché gli esuli e i loro figli ed eredi vengano in qualche modo ripagati delle gravissime ingiustizie e dei torti subìti negli anni del dopoguerra.
Contestualmente al seminario, nei locali adiacenti alla Cripta, sarà allestita la mostra «Conoscere per ricordare»: pannelli a colori sulle foibe e l’esodo giuliano-istriano-dalmata.
giovedì 19 febbraio 2009
Seminario di studi alla Università Cattolica del Sacro Cuore (Mercoledì 11 marzo 2009)
FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE
Seminario di studi
Il sacrificio degli istriani, fiumani
e dalmati per rimanere italiani.
L’azione dell’Unione Europea
per il loro diritto a vivere
nella terra natìa
In collaborazione con
Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Comitato di Milano
Mercoledì 11 marzo 2009
Cripta Aula Magna, ore 15.00
Università Cattolica del Sacro Cuore
Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano
FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE
Presiede
Prof. MASSIMO DE LEONARDIS
Ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali,
Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche
Saluto dell’On. LUCIO TOTH
Presidente nazionale dell’Associazione Nazionale
Venezia Giulia e Dalmazia
Relazioni
Presentazione del volume
ROSSANA MONDONI, Sopravvissuto alle foibe,
Solfanelli, Chieti, 2009
presente l’Autrice ed il prefatore LUCIANO GARIBALDI
La nuova Europa e l’esodo dei giuliano-dalmati
MASSIMILIANO LACOTA
Presidente dell’Unione degli Istriani
e della Libera Provincia dell’Istria in esilio
La posizione dell’Unione Europea nella
riaffermazione dei diritti umani, con particolare
riguardo ai diritti degli esuli
Prof. MAURIZIO MARESCA
Ordinario di Diritto internazionale ed europeo
Università di Udine
Far conoscere per far ricordare
Dott. MARINO MICICH
Presidente Associazione per la Cultura
Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio,
Direttore Archivio Museo Storico di Fiume in Roma
Iniziative future
Prof. AUGUSTO SINAGRA
Ordinario di Diritto dell’Unione Europea
Università di Roma “La Sapienza”
Italiani dimenticati ... in Patria
Prof. GIULIO VIGNOLI
già Docente di Diritto delle Comunità Europee
e Organizzazione internazionale, Università di Genova
Contestualmente al Seminario,
nei locali adiacenti alla Cripta,
sarà allestita la mostra
CONOSCERE PER RICORDARE
Pannelli a colori sulle foibe e l’esodo
Giuliano-Istriano-Dalmata
Il sacrificio degli istriani, fiumani
e dalmati per rimanere italiani.
L’azione dell’Unione Europea
per il loro diritto a vivere
nella terra natìa
In collaborazione con
Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Comitato di Milano
Mercoledì 11 marzo 2009
Cripta Aula Magna, ore 15.00
Università Cattolica del Sacro Cuore
Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano
FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE
Presiede
Prof. MASSIMO DE LEONARDIS
Ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali,
Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche
Saluto dell’On. LUCIO TOTH
Presidente nazionale dell’Associazione Nazionale
Venezia Giulia e Dalmazia
Relazioni
Presentazione del volume
ROSSANA MONDONI, Sopravvissuto alle foibe,
Solfanelli, Chieti, 2009
presente l’Autrice ed il prefatore LUCIANO GARIBALDI
La nuova Europa e l’esodo dei giuliano-dalmati
MASSIMILIANO LACOTA
Presidente dell’Unione degli Istriani
e della Libera Provincia dell’Istria in esilio
La posizione dell’Unione Europea nella
riaffermazione dei diritti umani, con particolare
riguardo ai diritti degli esuli
Prof. MAURIZIO MARESCA
Ordinario di Diritto internazionale ed europeo
Università di Udine
Far conoscere per far ricordare
Dott. MARINO MICICH
Presidente Associazione per la Cultura
Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio,
Direttore Archivio Museo Storico di Fiume in Roma
Iniziative future
Prof. AUGUSTO SINAGRA
Ordinario di Diritto dell’Unione Europea
Università di Roma “La Sapienza”
Italiani dimenticati ... in Patria
Prof. GIULIO VIGNOLI
già Docente di Diritto delle Comunità Europee
e Organizzazione internazionale, Università di Genova
Contestualmente al Seminario,
nei locali adiacenti alla Cripta,
sarà allestita la mostra
CONOSCERE PER RICORDARE
Pannelli a colori sulle foibe e l’esodo
Giuliano-Istriano-Dalmata
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