Collocandosi autonomamente tra le tendenze rivoluzionarie che nel Ventesimo secolo sfidarono il capitalismo e il comunismo, la Falange spagnola di Josè Antonio Primo de Rivera ha saputo esemplificare in termini etico-politici una vigorosa reazione alla sovversione anti-tradizionale.
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
Paolo Rizza
LA FALANGE SPAGNOLA
Origine ed essenza
di un movimento rivoluzionario
Presentazione di Luigi Gagliardi
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-701-7]
Pagg. 112 - € 10,00
sabato 2 aprile 2011
sabato 5 marzo 2011
Imminente: LA FALANGE SPAGNOLA di Paolo Rizza
Collocandosi autonomamente tra le tendenze rivoluzionarie che nel Ventesimo secolo sfidarono il capitalismo e il comunismo, la Falange spagnola di Josè Antonio Primo de Rivera ha saputo esemplificare in termini etico-politici una vigorosa reazione alla sovversione anti-tradizionale.
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
Il suo riferimento ad una milizia vissuta con il fervore di una sincera disposizione ascetico-religiosa, ha rappresentato la cornice adatta per la riaffermazione di una società depurata da contaminazioni materialistiche e protesa al compimento di una rivoluzione cementata da una viva coscienza del primato dei valori dello spirito.
sabato 7 agosto 2010
In preparazione: LA FALANGE SPAGNOLA
Il Falangismo di Josè Antonio Primo de Rivera, preseguendo il fine di reintegrare la socialità in una prospettiva tradizionale, ha conferito al termine "rivoluzione" la sua originaria valenza di restaurazione di un ordine violato dalle convergenti espressioni del materialismo moderno.
Questo saggio si propone di chiarire le componenti fondamentali di una dottrina politica spiritualmente centrata sul concetto aristocratico ed ascetico di milizia.
Questo saggio si propone di chiarire le componenti fondamentali di una dottrina politica spiritualmente centrata sul concetto aristocratico ed ascetico di milizia.
martedì 26 gennaio 2010
In Africa prima e dopo Mussolini
Marco Iacona, per le edizioni Solfanelli, narra la politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922
Perché l’Italia per circa 80 anni è stata ossessionata dalla conquista dell’Africa? E il colonizzatore Mussolini fu davvero più crudele dei liberaldemocratici che lo avevano preceduto al governo del Regno? A rispondere a queste domande Marco Iacona, in un breve saggio dal titolo: La politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922, edito da Solfanelli, collana Saperi, costo 8 euro, che fa luce sulla storia del colonialismo italiano nel Continente Nero.
No, Mussolini non fu più crudele dei liberaldemocratici, anzi non fece che ereditate metodi di “conquista” già largamente perpetuati dai colleghi. Anzi, quando Mussolini arrivò sul territorio africano l’Italia aveva si e no “due brandelli di terra” in cui vigeva lo stato di guerra perpetuo, il Duce ne fece delle colonie a tutti gli effetti. Ma perché gli italiani o meglio il Regno d’Italia decise di colonizzare l’Africa?
Semplice, i principi colonizzatori del periodo 1880-1900 facevano seguito a un bagaglio culturale di antica data: missione civilizzatrice di stampo mazziniano, guerra come catarsi dei popoli, eredità romana. A questi principi vanno poi aggiunte le mire commerciali e i fenomeni migratori. Il Sud, è quello più coinvolto, in quel periodo, ogni anno, lasciavano l’Abruzzo, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia 150.000 persone. Per loro si voleva trovare delle terre, un’estensione del teritorio italiano in Africa. Infine, non vanno trascurati i rapporti politici internazionali. Durante il Congresso di Berlino del 1878 l’Italia si accorge di essere fuori dallo scacchiere internazionale, perde la possibilità di conquistare la Tunisia, Paese che il Regno considerava già sua derivazione per motivi commerciali e che finirà in mani francesi. L’Italia dunque vorrebbe cimentarsi nella conquista del nord Africa ma per motivi politici è costretta a virare sull’Africa orientale: Eritrea, Etiopia, Somalia.
Dal 5 luglio 1882, data di inaugurazione della prima colonia ad Assab, sul Mar Rosso, fino alla clamorosa asconfitta di Adua del 1896 Crispi sogna di attuare il suo progetto politico di espansione in Africa. Fallito questo tentativo il desidero colonizzare ritorna agli inizi del Novecento con i nazionalisti, tra questi alcuni protagonisti della futura impresa libica: Carducci, D’Annunzio, Oriani e Corradini. Nel frattempo l’antico nemico francese diventa alleato. Nel 1906 l’Italia stipula con Francia e Inghilterra un accordo di influenza economica in Africa orientale. La Penisola mantiene il controllo sulla Somalia e l’Eritrea. Il sogno di un paradiso africano per i senza lavoro italiani viene nuovamente alimentato dai nazionalisti e dall’impresa di Libia. Protagonista questa volta è Giovanni Giolitti. Mentre in Patria si afferma di aver assoggettato la Libia, nel Paese nord africano si assiste a una carneficina che per l’Italia si trasformerà il 15 aprile 1915 a Gasar Bu Hadi in una seconda Adua. All’insorgere della marcia su Roma gli italiani in Africa avevano mostrato tutto di sé, la loro bellezza e la loro bruttezza.
Anna Lotti
Perché l’Italia per circa 80 anni è stata ossessionata dalla conquista dell’Africa? E il colonizzatore Mussolini fu davvero più crudele dei liberaldemocratici che lo avevano preceduto al governo del Regno? A rispondere a queste domande Marco Iacona, in un breve saggio dal titolo: La politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922, edito da Solfanelli, collana Saperi, costo 8 euro, che fa luce sulla storia del colonialismo italiano nel Continente Nero.
No, Mussolini non fu più crudele dei liberaldemocratici, anzi non fece che ereditate metodi di “conquista” già largamente perpetuati dai colleghi. Anzi, quando Mussolini arrivò sul territorio africano l’Italia aveva si e no “due brandelli di terra” in cui vigeva lo stato di guerra perpetuo, il Duce ne fece delle colonie a tutti gli effetti. Ma perché gli italiani o meglio il Regno d’Italia decise di colonizzare l’Africa?
Semplice, i principi colonizzatori del periodo 1880-1900 facevano seguito a un bagaglio culturale di antica data: missione civilizzatrice di stampo mazziniano, guerra come catarsi dei popoli, eredità romana. A questi principi vanno poi aggiunte le mire commerciali e i fenomeni migratori. Il Sud, è quello più coinvolto, in quel periodo, ogni anno, lasciavano l’Abruzzo, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia 150.000 persone. Per loro si voleva trovare delle terre, un’estensione del teritorio italiano in Africa. Infine, non vanno trascurati i rapporti politici internazionali. Durante il Congresso di Berlino del 1878 l’Italia si accorge di essere fuori dallo scacchiere internazionale, perde la possibilità di conquistare la Tunisia, Paese che il Regno considerava già sua derivazione per motivi commerciali e che finirà in mani francesi. L’Italia dunque vorrebbe cimentarsi nella conquista del nord Africa ma per motivi politici è costretta a virare sull’Africa orientale: Eritrea, Etiopia, Somalia.
Dal 5 luglio 1882, data di inaugurazione della prima colonia ad Assab, sul Mar Rosso, fino alla clamorosa asconfitta di Adua del 1896 Crispi sogna di attuare il suo progetto politico di espansione in Africa. Fallito questo tentativo il desidero colonizzare ritorna agli inizi del Novecento con i nazionalisti, tra questi alcuni protagonisti della futura impresa libica: Carducci, D’Annunzio, Oriani e Corradini. Nel frattempo l’antico nemico francese diventa alleato. Nel 1906 l’Italia stipula con Francia e Inghilterra un accordo di influenza economica in Africa orientale. La Penisola mantiene il controllo sulla Somalia e l’Eritrea. Il sogno di un paradiso africano per i senza lavoro italiani viene nuovamente alimentato dai nazionalisti e dall’impresa di Libia. Protagonista questa volta è Giovanni Giolitti. Mentre in Patria si afferma di aver assoggettato la Libia, nel Paese nord africano si assiste a una carneficina che per l’Italia si trasformerà il 15 aprile 1915 a Gasar Bu Hadi in una seconda Adua. All’insorgere della marcia su Roma gli italiani in Africa avevano mostrato tutto di sé, la loro bellezza e la loro bruttezza.
Anna Lotti
http://www.lineaquotidiano.net/node/9499
mercoledì 30 dicembre 2009
I "Gesuiti" di Brienza alla Stanford University (California)
La Stanford University (California) ha acquistato per la propria biblioteca e reso consultabile nel suo catalogo on line (http://searchworks.stanford.edu/view/7188397) il saggio I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848 di Giuseppe Brienza, considerandolo una significativa testimonianza della storia politica ed ecclesiastica del XIX secolo. E' presente nella sezione "Italia - Storia - 1815-1870".
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I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848
I "Gesuiti" di Brienza alla Stanford University (California)
La Stanford University (California) ha acquistato per la propria biblioteca e reso consultabile nel suo catalogo on line (http://searchworks.stanford.edu/view/7188397) il saggio I Gesuiti e la Rivoluzione italiana nel 1848 di Giuseppe Brienza, considerandolo una significativa testimonianza della storia politica ed ecclesiastica del XIX secolo. E' presente nella sezione "Italia - Storia - 1815-1870".
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giovedì 24 dicembre 2009
RECENSIONE di Piero Vassallo
Costituito come avanguardia futurista, in sintonia con il pensiero moderno, il movimento fascista, salendo al potere, incontrò le radici della sua più vera identità nelle ragioni indeclinabili, che oppongono la fede cristiana alle utopie rivoluzionarie.
L’evoluzione religiosa del fascismo iniziò nel dicembre del 1922, quando Arnaldo Mussolini, resosi conto che la religione è l’insostituibile cardine dell’ordine civile, convinse il fratello ad iniziare un autentico cammino di conversione.
Nel dicembre del 1922 la marcia d’avvicinamento alla cristianità subì una forte accelerazione: Benito Mussolini, infatti, approvò la proposta del filosofo Francesco Orestano, che immediatamente diede inizio alla trattativa con la Santa Sede , intesa a “restituire l’Italia a Cristo e Cristo all’Italia”.
Il successo conseguito dal governo italiano nella faticosa costruzione dell’accordo tra Italia fascista e Vaticano, destò una tale ammirazione da causare un profondo cambiamento nella strategia dei nazionalisti e da avviare la collocazione a destra di importanti settori del popolarismo cristiano.
La politica culturale del fascismo fu adottata (con alcune varianti) da tutti i partiti della destra europea, che in tal modo si emancipò dalle filosofie di matrice illuministica.
Il modello fascista, peraltro, non fu imitato dalle sole forze di destra: vasti settori dei partiti cattolici, infatti, presero le distanze dal democratismo modernistico e si collocarono nell’area della cultura rinnovata da Mussolini.
Nell’orbita del fascismo entrarono i più qualificati esponenti dell'Action française, della Falange ispanica, della destra austriaca, ungherese e belga, e del conservatorismo cristiano-ortodosso di Romania.
Nella sfera dell’influenza fascista si collocarono anche numerosi autorevoli esponenti dello Zentrum cattolico tedesco, ad esempio Anton Hilckman e Georg Moenius, direttore, quest'ultimo, della "Allgmeine Rundschau" e capofila degli oppositori al nazismo.
Nelle pagine di "Antieuropa", la rivista fondata e diretta da Gravelli e finanziata dal governo fascista, gli esponenti dello Zentrum formulavano, in durissimi giudizi sul nazismo, colpevole di "far rivivere i sinistri miti del wotanismo", di essere "l'espressione della perenne antilatinità e antiromanità", e di contorcersi nella grottesca rappresentazione di "una forma sublimata di talmudismo"
Purtroppo la pagina di storia che fu scritta dai protagonisti della svolta religiosa compiuta dalle destre cristiane, è nascosta dal bianchetto versato dalla tracotanza storiografica delle sinistre e dal conformismo dei democristiani.
La verità storica, tuttavia, è stata conservata da alcuni animosi revisionisti, ad esempio Ennio Innocenti, Fausto Belfiori, Luigi Gagliardi, Davide Sabatini, Guido Mussolini, Fabio Andriola e Paolo Rizza, i quali hanno dimostrato l’esistenza (nel cuore del partito fascista) di una comunità ideale, fondata per unire le forze dell’Europa tradizionale nella costruzione di un argine ai contrapposti errori intitolati alla sovversione.
Secondo Paolo Rizza, il movimento fondato da Corneliu Zelea Codreanu nel 1927, era animato dall’aspirazione “a creare un modello antropologico animato da una sincera e non convenzionale adesione alle tradizioni del proprio popolo, e da un altrettanto deciso rifiuto della mentalità borghese e materialistica veicolata da ideologie totalmente e radicalmente difformi dalla fede cristiana” (pag. 24).
Storico controcorrente, Paolo Rizza ha interpretato la vicenda della Legione romena di San Michele Arcangelo alla luce della proibita verità sulla convergenza di politica d’ispirazione fascista e ideali cristiani.
L’indagine del giovane e sagace studioso ha poi ristabilito la verità sull’opposizione della destra fascista di Romania al razzismo tedesco: “Risulta agevolmente comprensibile che il concepire la nazione quale patrimonio di valori spirituali destinati ad informare le varie manifestazioni della vita civile di un popolo, è privo di qualunque riferimento ai deleteri presupposti del razzismo biologico, proprio del nazionalsocialismo tedesco” (pag. 25). L’antisemitismo hitleriano fu invece condiviso dal partito dei conservatori, da cui Codreanu si era separato prima di fondare il movimento legionario.
Interpretata con il rigore di cui si è dimostrato capace Paolo Rizza, l’esemplare vicenda dei legionari romeni aggiunge un prezioso tassello alla documentazione degli storici che sostengono la necessità di sciogliere finalmente il plesso nazifascismo e di riconoscere l’attualità della filosofia politica elaborata all’interno di una fra le più vivaci correnti intellettuali del Novecento.
Piero Vassallo
http://lariscossacristiana-libri.blogspot.com/2009/12/paolo-rizza-guardia-di-ferro-la-legione.html
L’evoluzione religiosa del fascismo iniziò nel dicembre del 1922, quando Arnaldo Mussolini, resosi conto che la religione è l’insostituibile cardine dell’ordine civile, convinse il fratello ad iniziare un autentico cammino di conversione.
Nel dicembre del 1922 la marcia d’avvicinamento alla cristianità subì una forte accelerazione: Benito Mussolini, infatti, approvò la proposta del filosofo Francesco Orestano, che immediatamente diede inizio alla trattativa con la Santa Sede , intesa a “restituire l’Italia a Cristo e Cristo all’Italia”.
Il successo conseguito dal governo italiano nella faticosa costruzione dell’accordo tra Italia fascista e Vaticano, destò una tale ammirazione da causare un profondo cambiamento nella strategia dei nazionalisti e da avviare la collocazione a destra di importanti settori del popolarismo cristiano.
La politica culturale del fascismo fu adottata (con alcune varianti) da tutti i partiti della destra europea, che in tal modo si emancipò dalle filosofie di matrice illuministica.
Il modello fascista, peraltro, non fu imitato dalle sole forze di destra: vasti settori dei partiti cattolici, infatti, presero le distanze dal democratismo modernistico e si collocarono nell’area della cultura rinnovata da Mussolini.
Nell’orbita del fascismo entrarono i più qualificati esponenti dell'Action française, della Falange ispanica, della destra austriaca, ungherese e belga, e del conservatorismo cristiano-ortodosso di Romania.
Nella sfera dell’influenza fascista si collocarono anche numerosi autorevoli esponenti dello Zentrum cattolico tedesco, ad esempio Anton Hilckman e Georg Moenius, direttore, quest'ultimo, della "Allgmeine Rundschau" e capofila degli oppositori al nazismo.
Nelle pagine di "Antieuropa", la rivista fondata e diretta da Gravelli e finanziata dal governo fascista, gli esponenti dello Zentrum formulavano, in durissimi giudizi sul nazismo, colpevole di "far rivivere i sinistri miti del wotanismo", di essere "l'espressione della perenne antilatinità e antiromanità", e di contorcersi nella grottesca rappresentazione di "una forma sublimata di talmudismo"
Purtroppo la pagina di storia che fu scritta dai protagonisti della svolta religiosa compiuta dalle destre cristiane, è nascosta dal bianchetto versato dalla tracotanza storiografica delle sinistre e dal conformismo dei democristiani.
La verità storica, tuttavia, è stata conservata da alcuni animosi revisionisti, ad esempio Ennio Innocenti, Fausto Belfiori, Luigi Gagliardi, Davide Sabatini, Guido Mussolini, Fabio Andriola e Paolo Rizza, i quali hanno dimostrato l’esistenza (nel cuore del partito fascista) di una comunità ideale, fondata per unire le forze dell’Europa tradizionale nella costruzione di un argine ai contrapposti errori intitolati alla sovversione.
Secondo Paolo Rizza, il movimento fondato da Corneliu Zelea Codreanu nel 1927, era animato dall’aspirazione “a creare un modello antropologico animato da una sincera e non convenzionale adesione alle tradizioni del proprio popolo, e da un altrettanto deciso rifiuto della mentalità borghese e materialistica veicolata da ideologie totalmente e radicalmente difformi dalla fede cristiana” (pag. 24).
Storico controcorrente, Paolo Rizza ha interpretato la vicenda della Legione romena di San Michele Arcangelo alla luce della proibita verità sulla convergenza di politica d’ispirazione fascista e ideali cristiani.
L’indagine del giovane e sagace studioso ha poi ristabilito la verità sull’opposizione della destra fascista di Romania al razzismo tedesco: “Risulta agevolmente comprensibile che il concepire la nazione quale patrimonio di valori spirituali destinati ad informare le varie manifestazioni della vita civile di un popolo, è privo di qualunque riferimento ai deleteri presupposti del razzismo biologico, proprio del nazionalsocialismo tedesco” (pag. 25). L’antisemitismo hitleriano fu invece condiviso dal partito dei conservatori, da cui Codreanu si era separato prima di fondare il movimento legionario.
Interpretata con il rigore di cui si è dimostrato capace Paolo Rizza, l’esemplare vicenda dei legionari romeni aggiunge un prezioso tassello alla documentazione degli storici che sostengono la necessità di sciogliere finalmente il plesso nazifascismo e di riconoscere l’attualità della filosofia politica elaborata all’interno di una fra le più vivaci correnti intellettuali del Novecento.
Piero Vassallo
http://lariscossacristiana-libri.blogspot.com/2009/12/paolo-rizza-guardia-di-ferro-la-legione.html
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