lunedì 9 marzo 2009

IMPORTANTE EVENTO ALLA CATTOLICA: GIUSTIZIA PER I SUPERSTITI DELLE FOIBE

MILANO (Adnkronos). La presentazione del libro di Rossana Mondoni Sopravvissuto alle foibe, editore Solfanelli, che narra, sotto forma di una lunga ed emozionante intervista, la vicenda di Graziano Udovisi, l’italiano che riuscì a salvarsi dopo essere stato gettato in una foiba a Pola, aprirà l’importante seminario di studi che l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha deciso di dedicare al dramma delle terre orientali italiane.
Il seminario ha per titolo: «Il sacrificio degli istriani, fiumani e dalmati per rimanere italiani. L’azione dell’Unione Europea per il loro diritto a vivere nella terra natìa».
L’importante evento è organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche della Cattolica, diretto dal professor Massimo De Leonardis, ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali, che presiederà i lavori, il cui inizio è previsto per mercoledì 11 marzo alle ore 15 nella Cripta Aula Magna. Dopo il saluto dell’on. Lucio Toth, presidente dell’Assocazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e la presentazione del volume, che vedrà gli interventi dell’autrice, professoressa Rossana Mondoni, e del prefatore, lo storico Luciano Garibaldi, si alterneranno al microfono noti e qualificati esponenti della comunità degli esuli, come Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli Istriani, e Marino Micich, direttore del Museo storico di Fiume a Roma, oltre a illustri docenti quali Maurizio Maresca, ordinario di Diritto Internazionale ed Europeo nell’Università di Udine, Augusto Sinagra, ordinario di Diritto dell’Unione Europea a «La Sapienza» di Roma, Giulio Vignoli, docente di Diritto delle Comunità Europee all’Università di Genova.
Scopo del convegno, infatti, è quello di esaminare che cosa l’Europa oggi può e deve fare perché gli esuli e i loro figli ed eredi vengano in qualche modo ripagati delle gravissime ingiustizie e dei torti subìti negli anni del dopoguerra.
Contestualmente al seminario, nei locali adiacenti alla Cripta, sarà allestita la mostra «Conoscere per ricordare»: pannelli a colori sulle foibe e l’esodo giuliano-istriano-dalmata.

giovedì 19 febbraio 2009

Seminario di studi alla Università Cattolica del Sacro Cuore (Mercoledì 11 marzo 2009)

FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE
Seminario di studi

Il sacrificio degli istriani, fiumani
e dalmati per rimanere italiani.
L’azione dell’Unione Europea
per il loro diritto a vivere
nella terra natìa


In collaborazione con
Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Comitato di Milano


Mercoledì 11 marzo 2009
Cripta Aula Magna, ore 15.00
Università Cattolica del Sacro Cuore
Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano
FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE

Presiede
Prof. MASSIMO DE LEONARDIS
Ordinario di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali,
Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche

Saluto dell’On. LUCIO TOTH
Presidente nazionale dell’Associazione Nazionale
Venezia Giulia e Dalmazia

Relazioni

Presentazione del volume
ROSSANA MONDONI, Sopravvissuto alle foibe,

Solfanelli, Chieti, 2009
presente l’Autrice ed il prefatore LUCIANO GARIBALDI

La nuova Europa e l’esodo dei giuliano-dalmati
MASSIMILIANO LACOTA
Presidente dell’Unione degli Istriani
e della Libera Provincia dell’Istria in esilio

La posizione dell’Unione Europea nella
riaffermazione dei diritti umani, con particolare
riguardo ai diritti degli esuli

Prof. MAURIZIO MARESCA
Ordinario di Diritto internazionale ed europeo
Università di Udine

Far conoscere per far ricordare
Dott. MARINO MICICH
Presidente Associazione per la Cultura
Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio,
Direttore Archivio Museo Storico di Fiume in Roma

Iniziative future
Prof. AUGUSTO SINAGRA
Ordinario di Diritto dell’Unione Europea
Università di Roma “La Sapienza”

Italiani dimenticati ... in Patria
Prof. GIULIO VIGNOLI
già Docente di Diritto delle Comunità Europee
e Organizzazione internazionale, Università di Genova

Contestualmente al Seminario,
nei locali adiacenti alla Cripta,
sarà allestita la mostra
CONOSCERE PER RICORDARE
Pannelli a colori sulle foibe e l’esodo
Giuliano-Istriano-Dalmata

martedì 3 febbraio 2009

Graziano Udovisi


Graziano Udovisi è nato a Pola in Istria il 6 luglio 1925 da Francesco e Anna Seskar. Risiede a Reggio Emilia.
Frequenta il corso di Allievo Ufficiale a Pola dal gennaio al settembre 1944; diventa tenente della M.D.T. (Milizia Difesa Territoriale fino al 1945. Dall’ottobre 1943, è ufficiale comandante del Presidio di Portole d’Istria e di Rovigno d’Istria. A fine guerra, per salvare i suoi militi, si sposta da Rovigno a Pola su una motobarca. Venuto a conoscenza che i suoi soldati sono ricercati dagli slavi, il 5 maggio 1945 si presenta al Comando slavo (ubicato nella ex questura), raccontando di aver portato in salvo i suoi subalterni a Capodistria prima di raggiungere Pola. Il 13 maggio di quello stesso anno, viene rinchiuso in una cella di circa 16 mq, senza presa d’aria, insieme ad una trentina di soldati. Nella notte fra il 13 e il 14 maggio viene prelevato dalla cella e torturato insieme ad altri cinque commilitoni. Il 14 maggio viene trascinato sull’orlo della foiba di Fianona per essere trucidato. Riuscitosi a liberare i polsi dal fil di ferro che lo legavano, si getta nel baratro, prima che una raffica di mitra lo uccidesse. Nella foiba, a una profondità di venti-trenta metri c’è una pozza d’acqua. In questo modo si salva Risalendo, la sua mano incappa in una testa che prontamente afferra, salvando così un altro sventurato (Giovanni Radeticchio detto “Nini”).
Processato dagli italiani presso il Tribunale di Trieste (Trieste era sottoposta al Governo Militare Alleato) per “collaborazionismo col tedesco invasore”. Egli si difende dichiarando di aver difeso il suolo italiano dallo slavo invasore. Il Tribunale non crede al suo calvario, disconoscendo le foibe, e lo imprigiona prima a Padova, poi a Venezia, Udine, Gorizia, Trieste e Civitavecchia. Liberato nel 1947 a Civitavecchia senza alcuna carta di rilascio. Insegnante elementare, nel dopoguerra si stabilisce nel mantovano: Concoro, Gonzaga; poi nel reggiano: Novellara, Rubiera.

domenica 1 febbraio 2009

Novità editoriale


Graziano Udovisi nel 1943 è un giovane diplomato di Pola, importante base navale italiana in Istria. Dopo lo sbando generale conseguente all’armistizio dell’8 settembre, all’età di 18 anni, decide di arruolarsi insieme ad altri giovani suoi coetanei, nella Milizia territoriale, per difendere Pola dagli attacchi dei comunisti iugoslavi del maresciallo Tito.
Terminata la guerra si presenta al comando di zona, tenuto dai partigiani titini e italiani. Trattenuto, subì torture di ogni genere per alcuni giorni, poi venne infoibato insieme ad altri sventurati. Da quella voragine, riuscì miracolosamente a risalire. Ricorda come la fede gli abbia fatto forza permettendogli di uscire vivo da quell’inferno. Il suo racconto è ricco di particolari riguardo il disegno politico dei comunisti titini che perseguitavano in nome della loro nefasta utopia.
Dopo i titini arriva un’altra terribile insidia: la giustizia italiana. Dopo essere stato curato clandestinamente dalle profonde ferite subite nella foiba, venne tradito. Arrestato, processato, tradotto nelle prigioni di Padova, Venezia, Udine, Gorizia, Trieste. Subì una condanna di oltre tre anni.
Senza soldi e mezzi, con l’avvocato d’ufficio, che non riesce ad avere nemmeno l’appello, dovette subire il carcere. Ancora oggi la sua storia è contestata dai cosiddetti negazionisti. Graziano Udovisi risponde con lucidità ed estrema pacatezza lasciando intravedere una verità che va ben oltre ogni ragionevole dubbio.




Rossana Mondoni
SOPRAVVISSUTO ALLE FOIBE
La vicenda di Graziano Udovisi, combattente italiano al confine orientale, infoibato dai titini, miracolosamente sopravvissuto

Presentazione di Luciano Garibaldi
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-60-7]
Pagg. 126 - € 10,00

mercoledì 13 agosto 2008

Per tracciare l'identikit del Gesuita è anche necessario un salto indietro alla sua storia

Se uno dei compiti della recente 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù -tenutasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo scorso – è stato quello di delineare l'identikit del Gesuita del futuro (cfr. L'identikit del Gesuita: disponibilità e mobilità, in ZENIT.org, 18 marzo 2008), almeno per quanto riguarda l'Italia, utile sarebbere ripercorrere la storia dell'Ordine ignaziano nel nostro Paese, soprattutto durante il c.d. Risorgimento, dato che essa ha conosciuto vari momenti di sofferenza e di grave difficoltà. Tra questi spicca la vera e propria persecuzione subita dai Gesuiti prima, durante e dopo le vicende rivoluzionarie che travagliarono l’Europa e l’Italia nel 1848. Giuseppe Brienza, giornalista pubblicista e corrispondente dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale (www.identitanazionale.it) nel saggio I Gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848 (Solfanelli, Chieti 2007, pp. 64, euro 7) ricostruisce a questo fine, con agilità e precisione, questa delicata fase della vita della Compagnia di Gesù, a partire dagli antefatti della campagna orchestrata contro di essa dal liberalismo ottocentesco, che acutamente aveva ravvisato nei religiosi di sant'Ignazio di Loyola un serio ostacolo alla diffusione del nuovo "verbo" laicista e anticattolico. Fa una certa impressione il fatto, messo adeguatamente in luce da Brienza, che tra i campioni dell’antigesuitismo italiano vi sia stato Vincenzo Gioberti, che pubblicò due opere aspramente ostili verso i religiosi della Compagnia, una volta resosi conto che essi non avrebbero assecondato il suo progetto di federazione italiana. Egli, nell’opera Il gesuita moderno, sostenne che l’antiliberalismo e l’intransigenza dei Gesuiti non avrebbero mai permesso che si affermasse l’accordo fra cristianesimo e modernità. Dunque, alla vigilia del fatidico ’48, i Gesuiti italiani sono nel mirino di tutto lo schieramento liberale: per timore le loro chiese vengono disertate e si comincia a cacciarli dalle loro sedi che, a volte, subiscono veri e propri saccheggi. Dalla Sardegna al Piemonte, dalla Liguria alla Campania, dallo Stato Pontificio alla Sicilia l’attacco nei loro confronti si spande a macchia d’olio: molti sono costretti alla fuga, la Compagnia si disperde e per tanti non rimane che l’esilio. Impossibilitato a garantire l’incolumità dei Padri, lo stesso Pontefice Pio IX nel marzo del 1848 li prega di abbandonare lo Stato della Chiesa. Con questo suo interessante lavoro Brienza scrive un’altra pagina di quella rivisitazione del nostro Risorgimento che ormai da tempo è auspicata e perseguita da studiosi di primo livello.

Maurizio Schoepflin

Per tracciare l'identikit del Gesuita è anche necessario un salto indietro alla sua storia

Se uno dei compiti della recente 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù -tenutasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo scorso – è stato quello di delineare l'identikit del Gesuita del futuro (cfr. L'identikit del Gesuita: disponibilità e mobilità, in ZENIT.org, 18 marzo 2008), almeno per quanto riguarda l'Italia, utile sarebbere ripercorrere la storia dell'Ordine ignaziano nel nostro Paese, soprattutto durante il c.d. Risorgimento, dato che essa ha conosciuto vari momenti di sofferenza e di grave difficoltà. Tra questi spicca la vera e propria persecuzione subita dai Gesuiti prima, durante e dopo le vicende rivoluzionarie che travagliarono l’Europa e l’Italia nel 1848. Giuseppe Brienza, giornalista pubblicista e corrispondente dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale (www.identitanazionale.it) nel saggio I Gesuiti e la rivoluzione italiana nel 1848 (Solfanelli, Chieti 2007, pp. 64, euro 7) ricostruisce a questo fine, con agilità e precisione, questa delicata fase della vita della Compagnia di Gesù, a partire dagli antefatti della campagna orchestrata contro di essa dal liberalismo ottocentesco, che acutamente aveva ravvisato nei religiosi di sant'Ignazio di Loyola un serio ostacolo alla diffusione del nuovo "verbo" laicista e anticattolico. Fa una certa impressione il fatto, messo adeguatamente in luce da Brienza, che tra i campioni dell’antigesuitismo italiano vi sia stato Vincenzo Gioberti, che pubblicò due opere aspramente ostili verso i religiosi della Compagnia, una volta resosi conto che essi non avrebbero assecondato il suo progetto di federazione italiana. Egli, nell’opera Il gesuita moderno, sostenne che l’antiliberalismo e l’intransigenza dei Gesuiti non avrebbero mai permesso che si affermasse l’accordo fra cristianesimo e modernità. Dunque, alla vigilia del fatidico ’48, i Gesuiti italiani sono nel mirino di tutto lo schieramento liberale: per timore le loro chiese vengono disertate e si comincia a cacciarli dalle loro sedi che, a volte, subiscono veri e propri saccheggi. Dalla Sardegna al Piemonte, dalla Liguria alla Campania, dallo Stato Pontificio alla Sicilia l’attacco nei loro confronti si spande a macchia d’olio: molti sono costretti alla fuga, la Compagnia si disperde e per tanti non rimane che l’esilio. Impossibilitato a garantire l’incolumità dei Padri, lo stesso Pontefice Pio IX nel marzo del 1848 li prega di abbandonare lo Stato della Chiesa. Con questo suo interessante lavoro Brienza scrive un’altra pagina di quella rivisitazione del nostro Risorgimento che ormai da tempo è auspicata e perseguita da studiosi di primo livello.

Maurizio Schoepflin

martedì 15 luglio 2008

RECENSIONE di Bruno Pampaloni (Il Foglio, 15/07/2008)

Nella sola Roma più di mille ecclesiastici e tredicimila secolari fuggirono dalla città, mentre altri preti venivano massacrati, molti conventi furono occupati e decine di chiese profanate, senza contare i beni ecclesiastici espropriati dal governo repubblicano. I moti antireligiosi del 1848 videro in tutta Italia una tragica "caccia al clericale" di cui i gesuiti furono le vittime principali.
"L'astio verso la Compagnia di Gesù fu più forte di quello manifestato durante tutto il corso del Risorgimento contro ogni altro istituto religioso presente in Italia, ed ebbe inizio proprio nel sabaudo Regno di Sardegna" scrive Brienza.
Nel febbraio di quell'anno, la Compagnia fu obbligata a fuggire da Sassari e da Cagliari. Nel marzo fu la volta di Genova, dove gruppi di rivoluzionari assalirono la casa dei gesuiti, devastarono il collegio di Palazzo Doria Tursi e saccheggiarono la chiesa di Sant'Ambrogio, tenuta dalla Compagnia. Episodi simili accaddero a Torino, Chambéry, Novara, Aosta, Chieri, Voghera, raggiunsero il Lombardo Veneto e toccarono il meridione e il centro dell'Italia: Napoli, Sorrento, Salerno e, appunto, lo stato Pontificio, dove Pio IX — incapace di garantirne l'incolumità — invitò la Compagnia ad abbandonare in fretta e furia il territorio papalino. I professori del Collegio Romano emigrarono così in Belgio, in Inghilterra, perfino negli Stati Uniti. In Sicilia la situazione apparve altrettanto critica.
A soffiare sul fuoco ci aveva pensato l'opuscolo "Della nazionalità" (1846) del gesuita padre Luigi Taparelli d'Azeglio (1793-1862). In quello scritto l'autore sosteneva come il principio di nazionalità non s'accompagnasse necessariamente con quello di indipendenza, "sebbene ragioni di politica utilità" avrebbero sempre evitato che una nazione fosse "ligia a una potenza stranera". Non era certo nelle intenzioni di Taparelli affermare che un popolo soggetto non dovesse aspirare all'indipendenza. Egli però vedeva nel diritto e non nella nazionalità il moto primo nella vita dei popoli. Ma tanto bastò affinché il gesuita e i suoi confratelli fossero accusati di "ipocrisia per essersi presentati come patrioti non essendolo" e che Vincenzo Gioberti si scagliasse contro di loro con il pamphlet "Il gesuita moderno" (1847).
Il pensatore neoguelfo, d'altra parte, già da tempo era convinto che i gesuiti fossero "uno dei principali ostacoli al riscatto d'Italia".
In questa temperie culturale, dunque, anche in Sicilia la persecuzione prese di mira i gesuiti. Lo stesso Taparelli, dopo essere stato arrestato a Palermo (aprile 1849), si rifugiò a Marsiglia. Eppure, proprio lui e il confratello Giuseppe Romano avevano appoggiato la rivoluzione siciliana, iniziata nel gennaio del 1848. Nel nuovo regime costituzionale, infatti, essi avevano colto "un sistema migliore del vecchio regime regalistico-borbonico". Non solo. I due gesuiti avevano vagheggiato una libertà siciliana modellata su quella degli Stati Uniti, che contemplasse la pratica di tutte le religioni e senza il prevalere di una sulle altre. Fu loro fatale l'ambizione di sottrarre la rivoluzione alla logica del liberalismo nazionalistico per ricondurla sui binari costituzionali e del diritto naturale. Se, dunque, i fatti siciliani illustrano molto bene lo scontro (non solo) intellettuale dell'epoca, va tuttavia rilevato come le maggiori "attenzioni" dei leader rivoluzionari fossero indirizzate alla Roma di Pio IX che, nel "processo di costruzione di un'Italia laicista e risorgimentale", costituiva il maggior ostacolo da abbattere. Nel tentativo di edificare una società senza religione soprannaturale né Chiesa, le squadre d'assalto della Compagnia, con la loro "strutturazione centralistica, militaresca e rigorosa" e specialmente con "il quarto voto di servire in modo speciale il Papa" rappresentavano davvero l'avversario più temibile.

Bruno Pampaloni

© Il Foglio, martedì 15 luglio 2008, p. 3


Giuseppe Brienza
I GESUITI E LA RIVOLUZIONEITALIANA NEL 1848
Solfanelli, 64 pp. euro 7